Casella di testo: Il 30° anniversario della  costituzione della Diocesi di Bissau, che appunto cade quest’anno,  è stato celebrato non solo con particolare importanza e ufficialità ma anche e soprattutto con impegno e partecipazione da parte della gente ed è stata l’occasione per fare il bilancio di questi primi 30 anni d’impegno per la giovane Chiesa di Guinea. Chiaramente il pensiero è andato subito a Mons. S. Ferrazzetta e alla sua opera sempre volta al bene-essere della gente, di qualunque etnia e credenza fosse, a tutti indistintamente, sempre anche con le realizzazioni portate a termine in campo culturale attraverso le scuole sparse nel paese aperte a tutti i ragazzi, in campo religioso con tutte le parrocchie e missioni aperte per annunciare il messaggio evangelico e per accogliere, confortare, proteggere e aiutare. In particolare il pensiero va all’opera di pacificazione spesa durante la guerra civile e all’impegno profuso nel cercare la stabilità e il rispetto reciproci.  Il maggior “successo” che la Chiesa di Guinea oggi può vantare è certamente la credibilità che si è guadagnata fra la gente per opera soprattutto della testimonianza offerta ogni giorno dai religiosi, dai missionari e dai laici che lavorano nei vari campi.  E’ stata apprezzata soprattutto l’opera a favore della popolazione, di qualunque etnia e religione fosse, indistintamente, durante la guerra e l’impegno sociale profuso, che continua ancora oggi, a favore dello sviluppo della gente in campo sanitario e culturale. Nella società civile spesso l’appartenenza ad etnie diverse, a fazioni diverse o a gruppi diversi sono strumentalizzati per speculare su odi e inimicizie. In questo la Chiesa sa leggere i segni dei tempi e della società civile ed è in grado di dire con chiarezza, onestà e verità una parola illuminante. Fino ad oggi è stata la sola a denunciare con chiarezza e apertamente soprusi, ingiustizie, vessazioni, odi. Questo la gente tutta lo riconosce e di questo ne rende testimonianza. Fin dai primi tempi di Mons. S. Ferrazzetta l’annuncio della Parola e del messaggio evangelico è stato sempre legato alla concretezza dei fatti, alle esigenze della vita quotidiana, alle sofferenze della gente. Il “cammino africano” della Chiesa è nitidamente tracciato dal Vaticano II dove dice: “Lo Spirito è presente in tutte le culture” e quindi è presente anche nelle religioni là dove queste lavorino per il bene delle persone, per la pace e la giustizia, per la promozione della donna e la tutela dei bambini, per migliorare la condizione dei poveri, ecc. La Chiesa cattolica di Bissau ha sempre lavorato in armonia e in sintonia con tutte le religioni presenti nel paese (musulmani e animisti); è sempre stata rispettata e onorata, ha sempre invitato alle cerimonie e celebrazioni i rappresentanti del mondo islamico e animista che volentieri hanno partecipato. Oggi però si presenta un altro problema: fino ad ora nella chiesa si sono avuti molti battesimi, anche per effetto della vecchia impostazione “colonialista”  che puntava tutto su questo punto iniziale; a fronte di questi battesimi però oggi si hanno pochi matrimoni religiosi mentre parallelamente aumentano le convivenze e le nascite al di fuori del matrimonio. 
La giustificazione immediata che viene offerta al non sposarsi è la difficoltà e l’incertezza del futuro in termini occupazionali, economici, ecc. Però questo non dispensa dal procreare al di fuori del matrimonio. Vi è ovviamente una chiara contraddizione in questo che, forse, si spiega con la difficoltà non solo nell’accettare ma anche nel capire che anche il matrimonio è una vocazione come la scelta di vita religiosa per la quale invece la spinta vocazionale è chiara e capita. Ovviamente dovremo mettere a punto una pastorale per la famiglia che tenga conto di questi cambiamenti sociali e soprattutto che punti a formare famiglie catechiste che possano testimoniare i valori del matrimonio cristiano in una vita normale fra la gente.  Va detto che oggi la famiglia africana e guineana in particolare sta cambiando: un tempo la famiglia allargata teneva unito il gruppo, vi erano ruoli e compiti chiari e rispetto per tutti. Oggi l’emigrazione e la concentrazione nelle città lascia sguarnite molte famiglie di figure importanti e di ruoli specifici: non vi è più il padre, non sempre vi è rispetto soprattutto per la donna e i bambini, vi sono promiscuità e mancanza di vincoli stabili, aumentano le convivenze e le ragazze madri, diminuisce il rispetto per gli anziani che non sono più “maestri di vita” in quanto superati dalla modernità incombente, ecc. Soprattutto i bambini e le donne pagano il conto più salato.  Anche qui la Chiesa è sola ad affrontare questa situazione: oltre alla nuova pastorale famigliare deve concretamente affrontare tutti questi disagi che creano instabilità e poca vivibilità nelle città. Lo stato ha creato il Ministero della Solidarietà e della Famiglia, teoricamente importantissimo, ma fino ad ora è stato totalmente assente ed inutile; vedremo in futuro!
Anche nel campo educativo la chiesa è impegnata non solo e non tanto nel portare avanti quanto si sta già facendo ma soprattutto nell’elaborare un nuovo progetto educativo globale in sostituzione di quello attuale, di derivazione portoghese, largamente insufficiente sia a formare i giovani che a rispondere alle necessità attuali del paese. In questo campo non troviamo ostacoli da parte della classe politica ma non troviamo nemmeno aiuti e collaborazione; siamo semplicemente lasciti soli e ignorati in un campo che riguarda la formazione di tutti i giovani e non solo i giovani cattolici.  E’ di tutta evidenza che il problema è vasto e coinvolge anche l’apparato politico ed in mancanza di collaborazione e impegno si rischia di affossare tutto un progetto che invece mira a venire incontro e sanare esigenze importanti dei giovani e del paese, punta a mettere in evidenza e ad accentuare tutti gli aspetti positivi che già oggi ci sono e in più tende a favorire il rientro dei guineani che si sono formati professionalmente all’estero  e che spesso è ostacolato e disincentivato dalle difficoltà in cui versa il paese e dalla mancanza di strutture. Là dove però si possono superare tali problemi si nota un interesse ad impegnarsi: vedi la Coop. Madrugada di Bissau che ha messo in piedi un complesso sanitario efficiente, semplice e rispondente alle necessità della gente. Anche nella Clinica Bor si stanno inserendo medici rientrati. In agricoltura ugualmente si hanno esempi d’impegno e risultati salienti come nella Cooperativa ……… diretta da tre giovani, rientrati da Cuba dove hanno studiato, che si sono dati da fare superando traversie di ogni genere. Sempre comunque tutto per opera della buona volontà dei singoli; lo stato non ha mai collaborato, anzi a volte ha ostacolato anche pesantemente il processo di sviluppo. Se poi alcune grandi opere sono state avviate e portate a termine è per il peso e la pressione di paesi terzi o istituzioni internazionali: oggi si sta realizzando il 2° ponte al nord per il collegamento con la Casamanche e il Senegal, è in programma una strada che collegherà la Guinea Conacry, sempre da questo paese è in fase di avanzata progettazione una diga che produrrà energia elettrica e una linea a bassa potenza sarà destinata alla Guinea Bissau e Gambia mentre una seconda più potente distribuirà energia al Senegal del sud, sono programmati lavori sul Saltinho per poter distribuire acqua da destinare all’irrigazione delle risaie e dell’agricoltura.  Progetti nobili e importanti ai quali però la gente ormai non crede più che possano un giorno essere realizzati. 
Il missionario bianco deve rimanere con la sua cultura, con la sua storia, con la sua personalità ma deve mettersi nella condizione di poter capire (non solo la lingua parlata ma anche lo spirito) e farsi capire. Per fare questo la condizione migliore è partire da quanto il Vangelo insegna e predica; è la base comune per entrambe le parti da cui partire per condividere in sincerità e verità programmi e progetti. La missione oggi  si è fatta più complicata a causa dei mutamenti che viviamo in Africa e qui in Europa. Per molti versi comunque l’annuncio in Africa, soprattutto negli ambienti animisti, è più facile di quello che può essere fatto qui tra noi in quanto per l’animista, da sempre, tutto è stato creato da Dio e tutto si sviluppa e si muove per volere di Dio. Tra noi invece vi è sempre più spinta e radicata la laicizzazione della società cosa che ostacola non poco l’accoglimento dell’annuncio del Vangelo. Sarebbe cosa importante poi, per chi si appresta a spendere del tempo in Africa, poter disporre di un  periodo di preparazione prima della partenza e di verifica delle motivazioni che spingono a questa scelta che deve essere fondata sui valori del Vangelo e non essere una scelta buonista o per mettere in pace la coscienza. Importante sarebbe anche un tempo dedicato al confronto sereno, obiettivo e sincero con la controparte. Non è tempo perso o destinato a rallentare i programmi ma invece è tempo impiegato per chiarire e capire più in profondità i valori su cui si fonda il programma che si andrà a realizzare.
Una specie di bilancio
Il mese scorso ha seguito una serie di conferenze organizzate dal Collegio don Mazza, l’Università di Verona e i Comboniani per i 150 anni dell’inizio della missione in Africa. Sono conferenze estremamente interessanti, complete, profonde e che tengono conto della realtà attuale che cercano di interpretare e leggere. Tra queste mi sono soffermato sull’intervento di Genevieve Makaping che ho avuto modo di conoscere dalle colonne di Nigrizia e che ha trattato, insieme a Lisa Clark (Beati Costruttori di Pace) e Chiara Castellani (chirurgo in Congo) il mondo della donna e le sue problematiche. Lisa Clark,  tra l’altro, ha ricordato una storiella di Elisa Kadanè, suora comboniana eritrea: una ONG  di volontari europei, per aiutare e agevolare le donne costrette a fare molti km per attingere acqua, costruiscono nelle vicinanze del villaggio un pozzo. Ma le donne non accolgono questo intervento con favore anzi ne cono contrariate! Dopo richieste di spiegazioni e chiarimenti si viene a sapere che il motivo è dato dal fatto che la vicinanza ora impedisce loro di poter godere di quell’intervallo, dato dall’andare ad attingere acqua e ritornare, che era sempre ed esclusivamente dedicato a loro, ai loro problemi  e al loro mondo. Al di la della storiella (vera?) è da evidenziare come spesso vi siano due mondi che leggono gli stessi fatti senza però dialogare e capirsi. Tante volte le ONG bianche intervengono e operano, sempre a fin di bene, però senza avere approfondito e sviluppato con i locali i piani che secondo loro dovrebbero essere importanti e utili alle comunità locali. E’ anche quanto osservava Mons. Câmnate. La Rete GB si pone in questa posizione: sempre, prima di prendere in considerazione qualunque progetto o iniziativa, chiede che questa abbia l’approvazione o addirittura sia passata al vaglio dalle due diocesi guineane. Nessun progetto o piano è preso in considerazione se presentato in via autonoma e indipendente proprio per non correre il rischio di dare corso a qualche cosa di autonomo e personale che perde necessariamente di vista il generale e l’insieme degli obiettivi che si pensa di raggiungere. E per cominciare a dialogare e a capirsi oggi si sta pensando di iniziare, anche qui a Verona, ad incontrarsi tra noi soci e amici e la comunità guineana per conoscersi, per cominciare a mettere sul piatto le nostre finalità con le esigenze dell’altro,  per cominciare a vedere di sviluppare un modo di operare in collaborazione e coordinato. E’ convinzione non solo nostra ma anche di coloro con i quali abbiamo avuto i primi scambi che questo nuovo modo di operare, se avremo la forza di portarlo avanti, ci procurerà anche, come valore aggiunto, quello di farci conoscere alle forze politiche, istituzioni, ecc. come una controparte coesa, matura, determinata e decisa, unita, con idee e obiettivi chiari. E già questo non sarebbe un risultato trascurabile! 
Ma con G. Makaping c’erano altri punti sui quali poter discutere. Presentava e asseriva come fosse importante e fondamentale per lo sviluppo di un paese la cultura. E su questo credo non ci sia nessuno che possa controbattere: tutti d’accordo! Però entrando un po’ in profondità del problema e sviluppandolo si impongono dei chiarimenti. Il primo è: quale cultura? Quella di base che oggi in Guinea viene offerta ai giovani è ancora quella di derivazione portoghese e certo non serve a molto: altra storia, altre radici, altre esperienze, altro mondo! Oggi, ci diceva mons. Câmnate, si sta studiando, con la collaborazione di alcune ONG, un nuovo piano di studio da proporre al ministero della cultura guineano per tutte le scuole del paese. L’analogo dilemma però viene anche sul fronte della scuola superiore e/o università. Siamo sicuri che quanto imparano i giovani guineani, magari in Europa, serva loro? A parte le considerazioni di prima (la storia e la realtà europea è diversa da quella africana) quale reale applicazione può esserci per un laureato in giurisprudenza che ha studiato leggi e norme di impostazione ellenistica o per un medico specializzato che ha imparato ad usare macchinari e strumenti sofisticati  mentre al suo paese a volte manca anche l’elettricità? Forse la cosa migliore è fare un passo alla volta: educare e preparare una serie di infermieri che girino per i villaggi per fare cultura sanitaria e prevenzione; così come un laureato in legge che si applichi alla riconciliazione delle varie etnie del suo paese o a studiare e proporre, a forze politiche competenti e comunque “giudicate” da vicino dalla gente, contributi sulla democrazia reale del suo paese nel contesto della storia e tradizioni tipiche può valere più di un avvocato simil-europeo. 
E ancora: si constata che, dopo gli studi, solo una piccola ed esigua parte rientra nel proprio paese  per darsi da fare. Questo testimonia anche la tanta differenza che esiste tra quanto appreso e la realtà che si trova nel proprio paese e che fa dire che, forse, non è totalmente utile quello che viene insegnato. Servirebbe forse di più un corso che insegnasse ad essere imprenditori, a leggere le necessità del proprio paese e trasformarle in opportunità, a saper rischiare e organizzare, ma questo non lo insegna nessuno. Nella prima conferenza di apertura tenuta all’università Jean Leonard Touadì, giornalista e scrittore di origine congolese, asseriva  che gli africani soffrono del complesso d’inferiorità. Non ci avevo mai pensato ma se detto da un africano …  
Nella Rete GB si sta discutendo, e non da ieri, di alcuni problemi che devono essere risolti assolutamente.  La discussine è appassionata, profonda e coinvolgente. E non può che essere cosi: per noi la Guinea è importante, fa parte del nostro mondo. Don Milani avrebbe detto: “I care” (mi preme, mi riguarda) Fondamentalmente la discussione verte sul fatto del dare ancora fiducia e “rischiare” per cercare di mettere in moto le cose per creare un futuro diverso alla gente oppure gettare la spugna e fare il minimo indispensabile. E’ particolarmente presente in alcuni l’esperienza di Cafal che non si è ancora completamente metabolizzata.  In tutto questo c’è stato un intervento del nostro presidente Sordato che mi pare illuminante, profondo e veramente fatto da uno cui sta a cuore il bene di chi cerchi di aiutare. Dice:
 “Le tue,le vostre perplessità sono le mie; penso che i problemi dell'Africa non troveranno mai la loro soluzione definitiva in Italia senza che vi sia anche la mobilitazione di risorse locali. Noi abbiamo il dovere di dare il primo impulso, dimostrare che insieme si può, ma la continuità non dobbiamo essere noi a garantirla; sarebbe come sostituirci a loro e questo diventa assistenza che diseduca. L'Africa (tutti quelli che ci sono dentro: Stato, Diocesi, società civile) deve capire che il futuro di un popolo sta nelle sue stesse mani e che nessuno dall'esterno può sostituirsi alle loro responsabilità. Se non si capisce questo è giusto che i progetti falliscano, ma non sarà stato per mancanze nostre; noi i nostri 5 talenti li mettiamo in azione e li facciamo fruttare, ma lo stesso devono fare loro anche se di talenti ne dovessero aver ricevuti 1 o 2 soltanto. Sotto questo aspetto il Vangelo è molto chiaro e non lascia scappatoie; coloro che per paura di perderli  li avevano sepolti, il padrone li ha licenziati.”
In Africa, e non solo li, è la donna il motore trainante dell’economia, quella reale, quella che consente alla gente di mangiare ogni giorno e di vivere o sopravvivere. Però mi pare che anche in questo ambito la donna non riesca ad emergere, a fare cambiare il contesto ed il sistema, magari anche solo quello locale per limitato e parziale che sia. Eppure questo contesto recepisce i cambiamenti: il cellulare lo vogliono tutti, la radio anche (per sentire canzonette o per capire gli eventi del mondo?),  la moda europea è ricercata, ecc.  
Forse solo nell’arte, particolarmente nella musica e nella scultura, l’Africa riesce ancora a parlare e farsi sentire con autorevolezza e con pienezza di valori del tutto specifici e particolari senza soffrire del complesso d’inferiorità. Però forse è un po’ poco per un paese ricco di valori, di storia, di esperienza e di beni di ogni genere come è quasi qualunque paese africano. 
Come sarà allora il futuro di questo continente ed in particolare quello della Guinea Bissau? Difficile rispondere! Però in concreto si può certamente asserire che in Guinea Bissau di forze valide ce ne sono, di ragazzi preparati e svegli anche, è un paese posto in una posizione strategica, ricco di acqua e di terre, abitato da gente estremamente paziente e generosa, che può contare sull’aiuto e l’appoggio di molti italiani che hanno conosciuto e lavorato in e per la Guinea Bissau e che le sono rimasti estremamente affezionati. Allora forse è solo questione di fare girare tutto il macchinario in modo coordinato e armonico, ma subito perché il tempo passa e si rischia di aumentare il divario esistente, e poter dire: DJITU TEN!
Casella di testo: Incontro con mons. Câmnate  (22 settembre 2007)
Abbiamo avuto la fortuna, grazie alla cortesia di Mons. Câmnate di passaggio per Verona a fine settembre scorso, di poterlo intervistare. Avevamo promesso di non portargli via troppo tempo ma poi invece parlando, chiedendo, approfondendo per cercare di capire la discussione si è aperta a vari punti … e intanto il tempo passava. Ci scusiamo con Mons. Câmnate e lo ringraziamo ancora per la cortesia e la disponibilità che ci ha accordato. Di seguito riportiamo un riepilogo e un sunto di quanto ci ha detto.

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